diario di viaggio

Solidarietà per il nostro Amico PREM

Il 25 aprile di quest’anno il Nepal ha subito un fortissimo terremoto di magnitudo locale 7,8 in cui più di 8000 persone hanno perso la vita. Una tragedia del genere non chiede parole ma solidarietà effettiva, quella stessa solidarietà che la montagna ci insegna giorno dopo giorno se la vogliamo ascoltare.

Un nostro caro amico ha perso la vita quel giorno. Si chiamava Prem ed era il cuoco del nostro team durante i giorni della spedizione al Lhotse.

Abbiamo pensato di devolvere interamente il ricavato della vendita del libro sulla Lhotse Ski Challenge alla moglie e ai figli di Prem. Il denaro raccolto (2080,00 euro) servirà per l’educazione scolastica dei loro bambini.

Queste poche righe per ringraziare di cuore tutti coloro che ci hanno dato un mano e per salutare un’ultima volta il nostro amico.

Namaste, Prem!

Edmond & Federico

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diario di viaggio, fornitori tecnici, Foto, partners

E’ tempo di tornare a casa..

15 ottobre 2013 italy button

Avevamo a disposizione ancora qualche giorno di permesso per salire il Lhotse, per tentare la salita e la discesa, ma, viste le condizioni della montagna e le previsioni pessime, ho deciso che si torna a casa. Non era mai successo che in un mese di permanenza qui al campo base, non si riuscisse ad arrivare al campo 2.

Neve fonda e vento hanno condizionato fortemente la nostra progressione che è stata faticosissima. Nei primi giorni abbiamo ”aperto” il passaggio nell’ice fall in stile alpino, che a memoria , non ricordo sia mai stato fatta negli ultimi venti anni, un risultato che ci rende particolarmente orgogliosi.

Abbiamo avuto grossi problemi con gli sherpa, che accettavano il lavoro pensando ad un guadagno facile, convinti che ci saremmo spaventati davanti al labirinto di crepacci e seracchi, che avremmo preso qualche foto e saremmo tornati a casa. Invece sono stati gli sherpa, ben quattro, ad avere paura e ad andarsene a casa. Alla fine, abbiamo trovato due sherpa disponibile e complici le scale e le corde piazzate dai coreani hanno accettato di salire con noi, anche se il grosso del lavoro, ora mai lo avevamo fatto noi portando in alto tutto il necessario per i campi alti.

Abbiamo fatto il possibile,  di più non era accettabile, i pericoli di valanghe era talmente evidente che sarebbe stato da incoscienti voler sfidare la montagna oltre. L’alpinismo è un’attività che di per se accetta una certo rischio, i pericoli oggettivi fanno parte del gioco ma, c’è un limiti oltre il quale non si deve andare, la ragione deve prevalere sull’ambizione, la vita è un bene prezioso. Se il pericolo fosse stato circoscritto ad una sola  parte dell’itinerario come spesso accade, avremmo potuto esporci, ma, da c2 in avanti saremmo stati costantemente esposti a pendii che non ricordo aver mai visto prima d’ora così carichi di neve; saremmo stati circondati da montagne con oltre duemila metri di dislivello che in qualsiasi momento avrebbero potuto scaricarsi su di noi.

Prima di andarcene però, volevamo sciare, eravamo venuti qui con questo scopo; Federico ha realizzato una bellissima discesa nell’ice fall, che sarà da ricordare, la seconda dopo il maestro di sci sloveno Davo Karnicar che nel 2000 scese per primo dalla cima dell’Everest.

Per noi è stata comunque una fantastica esperienza, con Federico c’è stata sintonia fin dall’inizio;  io ho messo a disposizione la mia esperienza ventennale in questo tipo di progetti, Federico la sua forza fisica e la freschezza atletica. Siamo stati un vero team affiatato e determinato.

Dopo il tentativo di discesa con gli sci all’Hornbein Couloir (Everest faccia nord) nel 2010, dove avevo avuto la stessa situazione meteorologica e la disgrazia dell’autunno scorso al Manaslu (8.ooo mt) con  9 alpinisti travolti da una gigantesca valanga nelle proprie tende, nella notte, passati dal sonno alla morte in un attimo, penso che chi vorrà in futuro tentare di sciare gli ottomila, dovrà per forza  valutare la possibilità di venirci in primavera, anche se non è la stagione ideale per sciare vista la poca neve e l’abbondanza di ghiaccio; anche qui il clima e le stagioni non sono più le stesse….

I progetti come questo però non sono realizzabili se alle spalle non ci fossero state aziende e persone  che hanno creduto in noi.

Voglio ringraziare i nostri partners, AZIMUT, LOGWIN, OMLOG, LA GLISSE, KAYLAND, TIMEX, DIESEL POWER, FABIO MAINARDI ORGANIZATION & PRINTING che con il loro supporto ci hanno permesso di vivere questa bella avventura.

I nostri fornitori tecnici che non sono stati scelti a caso, ma, per la qualità dei loro prodotti eccezionali, che ci hanno dato sicurezza, confort in tutte le circostanze in questi lunghi due mesi di permanenza in alta quota. Grazie a: EIDER, EYE CAM, ENERVIT, FERRINO, GIPRON, MERIDIANI INTERNAZIONALI, OLYMPUS, ONLY HOT, SALOMON, SALICE e CHAMPAGHE CHIC.

Ringraziamo inoltre i medici che per fortuna non abbiamo disturbato troppo, che ci hanno fornito assistenza 24/ 24 dall’Italia, ci hanno dato un supporto psicologico fondamentale sapendo che ci sarebbero stati nel momento del bisogno: Dott. Giamluca Fanelli e Dott. Guido Giardini della medicina di montagna dell’ospedale Regionale Parini di Aosta e  il Dott. Paolo Zucco,  Dott .Gianluigi Brambilla, Dott. Paolo Palloni, Dott G.Merati (medicina dello sport), Dott. M.Marzorati e la Dr.ssa Francesca Schioppa.

Detto questo ci teniamo a dire grazie al team di Meridiani RI ed in particolare a Jean-Marie Rossi per aver gestito brillantemente il blog, Facebook e Twitter, nonostante le serie difficolta’ di comunicazione.

Infine ringraziamo i nostri familiari che accettano di stare i pensiero per mesi pur di assecondarci nelle nostre passioni, innanzitutto mia moglie Elena, che per me è indispensabile e che sono ansioso di rivedere.

Grazie infine a tutti gli amici ed appassionati che ci hanno seguito sul blog, su  FB e che ci hanno incoraggiato e in qualche modo ci sono stati vicini.

Nelle prossime settimane quando saremo nuovamente in Italia, completeremo il blog con numerose foto. L’appuntamento per la visione del documentario  che verrà realizzato, sarà probabilmente per il periodo natalizio; sul blog le date e l’emittente televisiva.

Namasté,
Ed

15 october 2013 english-button

We had available a few more days off to climb Lhotse, groped for the ascent and descent, but, considering the conditions of the mountain and the fact that forecasting weather was awful, I decided to came back home. It never happened that in a month’s stay here at base camp , we were unable to get to camp 2.

Deep snow and wind have strongly influenced our progression that was exhausting. In the early days we have “open” the way in the ice fall in alpine style, which from memory, I do not remember ever been made in the last twenty years, a result that makes us very proud.

We had big problems with the Sherpas, who accepted the job thinking of easy money, convinced that we would have frightened in front of the maze of crevasses and seracs , which we would have taken some pictures and we returned home. Instead they were the Sherpas, four, to be afraid and to go home. In the end, we found two Sherpas available and accomplices ladders and ropes placed by the Koreans have agreed to go with us, even if the bulk of the work we had already done bringing up everything you need for the higher camps.

We did everything possible, more was not acceptable, the dangers of avalanches was so obvious that it would be irresponsible to want to challenge the mountain beyond. Mountaineering is an activity that in itself takes a certain risk, the objective dangers are part of the game, but there is a limit beyond which you should not go, reason must prevail over ambition, life is good valuable. If the danger had been limited to one part of the route as often happens, we could expose ourselves, but from c2 forward we would be constantly exposed to the slopes that I do not remember ever having seen before, so loads of snow, we would have been surrounded by mountains with more than two thousand meters in altitude that at any moment they could discharge on us.

Before leaving, however, we wanted to ski, we had come here for this purpose ; Federico has created a beautiful descent out in the ice fall, which will be remembered, the second after the ski Slovenian Davo Karnicar in 2000 came down from the top of the Everest.

For us it was still a great experience, with Federico there was harmony from the beginning, I have made available my twenty years of experience in this type of project, Federico his physical strength and athletic freshness . We were a real close-knit team and determined.

After attempting to ski descent to Hornbein Couloir (Everest north face) in 2010, where I had the same situation last autumn and disgrace to Manaslu (8.ooo mt) with 9 climbers swept away by an avalanche in the giant their tents in the night, passed from sleep to death in a moment, I think that those who want to ski in the future groped eight thousand, will be forced to consider the possibility to come here in the spring, although it is not the ideal season for skiing given the lack of the abundance of snow and ice, even here the climate and the seasons are not the same anymore ….

Projects such as this, however, are not feasible whitout the helping of  companies and people who believed in us.

I want to thank our partners, AZIMUT, LOGWIN, OMLOG, LA GLISSE, KAYLAND, TIMEX, DIESEL POWER, FABIO MAINARDI ORGANIZATION & PRINTING that with their support have enabled us to live this adventure.

Our technical suppliers that were not chosen at random, but for the exceptional quality of their products , they gave us safety, comfort under all circumstances during these long two-month stay at high altitude. Thanks to: EIDER , EYE CAM , ENERVIT , FERRINO, GIPRON , MERIDIANI RELAZIONI INTERNAZIONALI , OLYMPUS , ONLY HOT , SALOMON , SALICE and CHAMPAGNE CHIC.

We also thank the doctors who luckily we did not bother us too much , we have provided assistance to 24/24 from Italy, they gave us a key psychological support knowing that there would have been in times of need : Dr. Giamluca Fanelli and Dr. Guido Gardens of mountain medicine hospital Regional Parini of Aosta and Dr. Paolo Zucco, Dr. Gianluigi Brambilla, Dr. Paolo Palloni, Dr. G. Merati (sports medicine), Dr. M. Marzorati and Dr. Francesca Schioppa.

We would like to say thank you to the team of Meridiani RI and in particular to Jean -Marie Rossi for having managed brilliantly blog, Facebook and Twitter, despite the serious difficulties of communication.

Finally, we thank our families who agree to stay for months out following our passions, first of all my wife Elena, who are anxious to see.

Finally, thanks to all the friends and fans who have followed us on the blog, on Facebook , and have encouraged us and somehow we were neighbors.

In the coming weeks when we get back to Italy, we will complete the blog with many photos.The appointment for the viewing of the documentary that will be realized, it will be probably for the Christmas period. On the Blog you we’ll find as soon as possible all the dates.

Namasté,
Ed

diario di viaggio, Foto

Una prima italiana: la discesa con gli sci dall’Ice Fall

10 ottobre 2013 italy button

Il meteo avverso rischia di compromettere l’obiettivo della spedizione. Ma non voglio andare via senza prima aver usato gli sci. Ho ancora un asso nella manica da giocarmi! Con la scusa che dobbiamo ancora smontare il campo1 portando giu’ la tenda con l’aiuto dei due sherpa decido che sarà la prima discesa italiana con gli sci nell’Ice Fall (la seconda assoluta) partendo da quota 6100 mt il piccolo premio di consolazione che voglio prendermi! Prima di me il 7 ottobre del 2000 lo sloveno Davo Karnicar ha sciato l’Ice Fall e nella stessa occasione è stato anche il primo uomo a sciare dalla cima dell’Everest. Anche lui come me è un maestro di sci e arrivare secondo solamente dietro a chi ha sciato dal tetto del mondo non è certo un disonore.

Parto alle 6:35 di un bel mattino con il cielo blu, solamente si sente un continuo ma flebile vento da nord, freddo ma non così fastidioso.

La strada la conosco ormai bene nel labirinto di ghiaccio e mi sento in gran forma e salgo di buon passo. Avanzando noto come i crepacci si sono allargati decisamente dall’ultima salita; e dove prima bastava un passo lungo, ora ci vuole un balzo con la rincorsa. Nella parte centrale dell’Ice Fall, la piu’pericolosa, zona che in gergo gli sherpa chiamano Pop Corn (per il fatto che i crepacci saltano come il conosciuto snak scoppiettante), un crepaccio si è talmente allargato che i Coreani hanno messo 6 scale di fila da 2,5mt l’una, attaccate con delle corde. Attraversare e passare sopra questa voragine profonda piu’ di 30 mt fa paura. Oltre all’altezza, il dondolio delle scale non è piacevole!

Arrivo infine in cima al campo 1 alle 10:23 di mattina, una quindicina di minuti dopo l’arrivo dei due nostri sherpa, mai cosi veloce ero salito. Con l’aiuto dei due sherpa smonto la tenda e recuperiamo l’attrezzatura. Per curiosità avanzo una ventina di metri nella traccia dei coreani che dal c1 va al c2 ma la neve è ancora molto alta e la crosta superficiale non porta; e anche loro con la neve quasi alla vita si sono spostati di soli 300 mt in 2 settimane. Con i miei occhi mi rendo conto anche della quantità di neve presente sui pendii laterali alla valle del silenzio e sulla parete del Lhotse che dovremmo salire.

Troppa neve e grossi accumuli sotto vento pronti a staccarsi solo nel guardarli! Mentre ammiro una valanga scendere giu’ dal Nuptse, arriva un ragazzo giapponese da solo, proveniente dalla direzione del campo 2, il quale mi spiega che sta tornando indietro perché con tutta quella neve non riusciva a raggiungere il campo 2 e tornava a valle. Dichiara che vuole salire il Nuptse dalla parete nord (stracarica di neve) in solitaria. Buona fortuna.. ci salutiamo , non prima di avergli fatto notare la valanga appena scesa dalla parete che vorrebbe affrontare.

Messi gli sci incomincia la discesa nell’Ice Fall; la prima parete è molto ripida, almeno 50° di pendenza e con le condizioni di neve molto crostosa, non è per niente facile e devo fare appello a tutto il mestiere per evitare spiacevoli imprevisti.

In una seconda parte molto meno ripida, dove vi è una piccola scala su un crepaccio, per non togliere gli sci, provo a passare di fianco, ma complice la bassa velocità e l’aprirsi inaspettato del crepaccio, finisco nel buco, per fortuna non troppo profondo e con la lunghezza degli sci non sprofondo nemmeno di mezzo metro.

Nel punto piu’ ripido di un seracco tutto ghiacciato, dove avevamo messo una corda fissa per scendere in doppia, decido di scenderlo con gli sci in doppia, nella parte finale molto stretta, la coda a monte dello sci si incastra nel ghiaccio e quindi devo risalire con la picca qualche metro per disincastrami e proseguire la discesa.

Scendendo mi ritrovo nuovamente nella zona dove quel crepaccio immenso aveva richiesto l’utilizzo di 6 scale. Qui è l’unico punto della discesa in cui sono stato costretto a togliere gli sci per passare. Il ritorno su queste scale è, se possibile, peggiore dell’andata: la parte finale della scala, dove appoggia sul crepaccio è sprofondato nella neve che si sta sciogliendo, per cui appoggiato per nemmeno 10 cm sul bordo della neve. Lego le due daisy alle corde laterali e pregando regga ancora pochi minuti, giusto il tempo di farmi passare, affronto carponi la lunga fila di scale traballante, con gli occhi fissi sui piccoli appoggi su cui regge la parte finale delle scale. Domani o dopodomani quelle scale non arriveranno piu’ dall’altra parte!

Continuando la mia discesa arrivo ad uno dei crepacci che fino ad oggi era piccolissimo, ma ora è largo circa un metro e mezzo. Decido di saltarlo avendo dalla mia parte la pendenza e la velocità sufficiente. Gli sherpa rimangono stupiti del saltino e a me procura una bella scarica di adrenalina!

La parte finale dell’Ice Fall con meno pericoli la scio godendomi anche il panorama e il bel sole caldo, lasciandomi alle spalle quel mortale labirinto di ghiaccio. Rispetto allo sloveno che superò l’Ice Fall tutto sulla sinistra, io ho preferito sciare una nuova linea in centro all’Ice Fall, piu’ diretta ma anche maggiormente crepacciata. La parte sinistra ritengo sia troppo un pendio sotto valanga in questi giorni.

Il ritorno sotto il sole cuocente dalla fine del ghiacciaio fino al campo base è sempre noioso e faticoso in quella interminabile pietraia. La seconda discesa assoluta dell’Ice Fall è fatta e sono felice!

Le mie conclusioni:

Siamo stati una squadra fin dall’inizio e come tale abbiamo affrontato tutte le difficoltà e gli imprevisti che ci si sono posti di fronte. Abbiamo dovuto riparare il motore del generatore (2 volte!), abbiamo dovuto trovare la via dell’Ice Fall in stile alpino e dover fare noi per primi la traccia nella neve profonda. Non piede umano vi era piu’ passato dalla scorsa primavera.

Dopo il primo ammutinamento dei due sherpa siamo dovuti salire con gli zaini carichi di attrezzatura, come abbiamo dovuto rifarlo piu’ volte dopo la ritirata dei secondi 2 sherpa.

Zaini stracarichi per poter attrezzare tutti i campi alti, nonostante la neve fresca fino alle ginocchia.

Da quando siamo arrivati il 1 settembre i giorni di bel tempo si contano sulle dita di una mano e non su due; ed ogni volta che abbiamo sfruttato le piccole finestre di bel tempo mattutino per arrivare al campo , regolarmente da metà pomeriggio e per tutta la notte nevicava e al mattino c’erano sempre 30-40 cm di neve fresca da affrontare; e a queste quote con tutta quella neve gli zaini pesanti è come provare a muoversi nelle sabbie mobili.

Ognuno di noi ha messo a disposizione della squadra le proprie caratteristiche e le proprie forze: Ed ha trovato con esperienza la via migliore nell’Ice Fall e reso sempre sicura la discesa nei punti piu’ tecnici, io ho dovuto tirare fuori i “cavalli del motore” quando la traccia nella neve profonda sulle non banali pendenze diventava davvero cosa dura. I nostri eventuali successi qui sono indissolubilmente legati al gioco di squadra.

La settimana di brutto tempo e copiose nevicate continue, seguita da 5 gg di fortissimo vento da nord ha creato un altissimo pericolo valanghe a causa delle gonfie sottovento, soprattutto in pareti come quella del Lhotse che avremmo dovuto salire. Metri e metri di neve depositata dal vento sulla nostra via. Contro un meteo cosi avverso, non potevamo farci nulla se non rispettare questi pericoli e cogliere i campanelli d’allarme.

L’obiettivo numero uno del team è sempre stato quello di tornare a casa. Questo precede ogni ambizione verso la cima.

Tuttavia una salita in stile alpino dell’Ice Fall dopo piu’ di vent’anni di scalate con scale e corde fisse e la seconda discesa assoluta con gli sci dall’ Ice Fall, non sono certo cose da buttare via; anche se il nostro obiettivo era ben piu’ ambizioso. La vera sfida è con noi stessi e mai “contro” la montagna sempre e comunque imperturbabile vincitrice. L’abbiamo ammirata e rispettata dal primo all’ultimo giorno.

L’unico mio rimpianto è di non aver potuto tentare la cima nonostante uno stato di forma incredibile e il non aver mai avuto nemmeno un piccolo mal di testa.
Ma va bene cosi e ora non vedo l’ora di tornare a casa!

A prestissimo,
Fede

10 october 2013 english-button

The adverse weather threatens to undermine the objective of the expedition. But I will not leave without first having used the skis. I still have an ace in the hole to play! With the excuse that we still have to disassemble Camp 1, bringing down the tent with the help of two Sherpas, I decide that this will be the first Italian descent by skis on the Ice Fall (second overall) starting from an altitude of 6100 meters, this is the small consolation prize I want to get me! Before me, on the 7th October 2000, the Slovenian Davo Karnicar skied the Ice Fall and on the same occasion was also the first man to ski from the summit of Everest. He, too, like me, is a ski instructor and to be second behind the man who skied from the roof of the world is for sure not a disgrace.

I leave at 6:35 in the morning with a beautiful blue sky, the only thing I hear is a faint but continuous north wind, cold but not too annoying.

Now I know the way in the maze of ice and I feel in great shape so I climb with a good pace. Advancing I notice that the cracks have widened significantly since the last climb, and where before it took just a long step, now it takes a leap with a running start. In the central part of the Ice Fall, the most dangerous, an area that the Sherpas call Pop Corn (due to the fact that the crevasses crack like the corn snack), a crevice has become so enlarged that Koreans have put 6 stairs in a row by 2.5 m each, attached by ropes. To cross and walk over this deep chasm of more than 30 meters is scary. In addition to the height, the rocking of the stairs is not pleasant!

I arrive at camp 1 at 10:23 am, fifteen minutes after the arrival of our two Sherpas, I had never climbed up so fast. With the help of the two sherpas I disassemble the tent and recover the equipment. Out of curiosity I advance twenty meters in the track of the Koreans that goes from c1 to c2, but the snow is still very high and the crust does not hold up, and even them, with snow almost to their waist have moved forward only of 300 meters in 2 weeks. With my eyes I also realize the amount of snow present on the side slopes of the Silence Valley and on the wall of Lhotse that we should climb.

Too much snow and thick accumulations downwind ready to break away only while watching them! While I admire an avalanche coming down from the Nuptse, a Japanese boy all alone arrives, coming from the direction of the camp 2, he tells me that with all that snow he is coming back unable to reach camp 2 and he is returning to the valley. He tells me that he wants to climb the North Face of Nuptse (which is overloaded with snow) solo. Good luck.. we say goodbye to each other, but not before having noted the avalanche just fell from the wall he would like to climb.

I put on my skis and I begin the descent of the Ice Fall, the first wall is very steep, at least a 50° slope and snow conditions very crusty, it is not at all easy and I appeal to all my skills to avoid unpleasant surprises.

The second part is much less steep, where there is a small stair across a crevasse, to not take off my skis, I try to go to the side, but because of the low speed and the unexpected opening of the crevasse, I end up in the hole, fortunately not too deep and the length of the skis do not sink even by half a meter.

In the highest point of a steep serac all frozen, where we had put a fixed rope to descend into the double, I decided to down it on skis in double, in the final part very narrow, the tail of one of the skis gets stuck in the ice and I have to go back with the pike a few meters to get it out and continue the descent.

Going down I find myself again in the area where the immense crevasse had requested the use of 6 stairs. Here is the only point of the descent where I was forced to take off the skis. The return to these stairs is, if possible, worse than the first pass: the final part of the stair, where it rests on the crevasse is collapsed in the snow that is melting, laying just for 10 cm on the edge of the snow. I tie two daisy chains to the ropes on the sides and I pray that they hold on a few more minutes, just long enough to let me pass, I face on all fours the long line of rickety stairs, my eyes fixed on the small support that holds on the final part of the stairs. Tomorrow or the next day will those stairs will no more reach the other side!

Continuing my descent I arrive to one of the crevasses that was tiny, but it’s now about a meter and a half wide. I decide to jump it, having on my side slope and velocity. The Sherpas are amazed by my jump, while I get a nice adrenaline rush!

I ski the final part of the Ice Fall, with less danger, also enjoying the view and the nice warm sun, leaving behind the deadly maze of ice. Compared with the Slovenian who overcame all the Ice Fall on the left, I preferred to ski a new line in the center of the Ice Fall, more direct but also with more crevasses. I think the left side is too much a slope under avalanche risk these days.

The return from the end of the glacier to the base camp is always tedious and tiring under the burning sun and in that endless scree. The second descent of the Ice Fall is done and I’m happy!

My conclusions:

We have been a team since the beginning and as such we have addressed all the difficulties and unexpected events that we were placed in front of. We had to repair the generator engine (2 times!) , we had to find the way on the Ice Fall in alpine style and have to make the first track in deep snow. Not a single human foot had made his way here since last spring .

After the first mutiny of two Sherpas we had to climb with backpacks full of equipment, and we had to do it again after the retreat of two other Sherpas.

Overloaded backpacks to equip all high camps, despite the snow up to our knees .

Since we arrived on September 1st, the days of good weather can be counted on the fingers of one hand and not on two; every time we used the small time of nice weather in the morning to get to the camps, and regularly it snowed from mid-afternoon through the night and in the morning there were always 30-40 cm of fresh snow to face; and at this altitude, with all that snow and heavy backpacks is like trying to move into quicksand.

Each of us has made available to the team his own characteristics and his own forces: Ed found with experience the best way through the Ice Fall and he always made safe the descent in the most difficult points, I had to pull out the “horses” when the track in deep snow became really hard thing. Our possible successes here are inextricably linked to team play.

The week of bad weather and continuous heavy snowfall, followed by 5 days of strong wind from the north, created a very high avalanche danger due to the swollen downwind, especially in walls like the one that we had to climb on the Lhotse. Meters and meters of snow deposited by the wind on our way. Against adverse weather we could not do anything, just be aware of these dangers and listen to the alarm bells.

The first goal of the team has always been to go back home. This precedes any ambition to the top.

However, an alpine style ascent of the Ice Fall after more than twenty years of climbing with ladders and fixed ropes and the second absolute descent on skis from Ice Fall are certainly worth, even if our goal was far more ambitious. The real challenge is with ourselves and never “against” the mountain, the always unflappable winner .We admired and respected it from the first to the last day.

My only regret is not having being able to reach the top despite a state of incredible shape and never had even a little headache.

But that’s okay, and now I can not wait to go home!

Se you soon,
Fede

curiosità, diario di viaggio

Everest ’92: in soccorso a Simone (..e dell’ambizione umana..)

13 ottobre 2013 italy button

Tra i tanti libri che ho portato qui al campo base per riempire le lunghe attese della spedizione, ho con me anche l’ultimo libro di Simone Moro – “Everest in vetta ad un sogno”. In uno dei primi capitoli racconta la sua prima esperienza su di un’8000 ed il soccorso che subì e di cui anch’io fui protagonista.

Nel racconto ci sono diverse imprecisioni ed inesattezze, credo che i ricordi di Simone non siano lucidi visto che era vittima di un grave edema cerebrale, oppure che chi gli ha raccontato gli eventi non sia stato preciso – forse anche solo per dare una versione politicamente corretta dell’accaduto. Per raccontarvi quegli eventi, impressi nella mia memoria, dovrò necessariamente parlare di una persona che non c’è più – e se è vero che la morte livella ma non cancella è anche vero che il dovere di essere imparziali è fondamentale quando si racconta il passato.

La spedizione alpinistico scientifica a cui prendemmo parte, venne organizzata da Agostino Da Polenza (oggi presidente del Comitato Ev-K2-CNR che gestisce la piramide del CNR qui in Nepal), che coinvolse 12 guide alpine italiane, oltre a due alpinisti francesi: la guida alpina Benoit Chamoux ed il suo cineoperatore Pierre Royer. Chamoux al campo base durante le presentazioni mi apostrofò con un decisamente poco cordiale: “Guides de Courmayeur!? Pour bien gagner sa vie on devrais acheter un guide de Courmayeur pour ce qui vale et le vendre pour ce qui s’éstime”.

Il 23 di settembre al campo 3 (7.300 metri) c’erano 5 alpinisti: Oswald Santin – guida alpina di Vipiteno (nonostante il cognome), uno sherpa, Chamoux insieme a Royer e Simone – che alle prime luci dell’alba accusava un edema cerebrale che era già in stato avanzato con gravi problemi di equilibrio e assenza di lucidità.

Giuseppe Petigax ed io eravamo invece al campo 2, e nella notte partimmo per raggiungere il campo 3. Eravamo senza radio e pertanto eravamo all’oscuro di quello che stava succedendo al campo successivo. Eravamo ancora in fase di acclimatamento e avremmo potuto tranquillamente tornare sui nostri passi se uno dei due avesse avuto qualche problema. Tutto andò liscio e dopo quasi 1000 metri di dislivello arrivammo al c3.

Lì trovammo una situazione al limite del grottesco: Chamoux e Royer erano seduti al sole davanti alle tende che aspettavano il nostro arrivo, Simone invece era in pieno edema cerebrale che straparlava sdraiato in una tenda. Nel mentre Santin e lo sherpa erano stati mandati da Chamoux più avanti a posizionare alcune corde fisse. La cosa incomprensibile e per me decisamente grottesca era che Chamoux all’epoca aveva già salito 10 ottomila, e sicuramente con un’esperienza simile sapeva riconoscere un’edema come, del resto, qualsiasi alpinista che frequenti quelle quote.

Giuseppe ed io bevemmo velocemente una tazza di te e subito dopo prendemmo uno spezzone di corda di 25 metri nella tenda vicina per legare Simone ancora meglio. A quel punto dopo soli 20 minuti dall’arrivo, iniziammo la discesa trascinando con noi Simone. Gli tirammo su il cappuccio della tuta e poi lo adagiammo sulla schiena perché non era assolutamente in grado di reggersi in piedi.

Nel frattempo inspiegabilmente Chamoux e Royer si incamminarono verso il colle sud per realizzare immagini per lo sponsor della spedizione, incuranti di quello che stava accadendo. Tenemmo Simone in mezzo a noi:  Giuseppe gli mise una fettuccia a strozzo sulle caviglie così poterlo tirare, e io, in fondo alla cordata, lo calavo dall’alto sulle corde fisse. Dopo 700 metri di dislivello finalmente arrivammo alla base del Lhotse, stremati dopo tante ore di salita e altrettante in discesa con Simone ancora in grande difficoltà.

Qui finalmente ci vennero incontro due sherpa che sorreggendo Simone lo accompagnarono al campo 2.  Lì c’erano le medicine e l’ossigeno e, dopo alcune ore di riposo, Simone fu in grado di camminare da solo. Intanto Marco Barmasse (una delle persone più altruiste e generose che conosca) in tempi da record ci raggiunse dal campo base e ci diede una mano ad accompagnare Moro al campo base.

Arrivati a destinazione ebbi una discussione animata con il nostro capo spedizione, Agostino Da Pollenza; come guida alpina mi è stato insegnato che il primo obbiettivo su cui non transigere è portare a casa il cliente incolume e per questo motivo dissi ad Agostino che me ne sarei andato a casa all’istante se questo era modo di fare alpinismo in Himalaya: perché se quella era la prassi e l’incidente di Simone fosse accaduto al Colle sud, lui probabilmente sarebbe morto, mentre gli altri se ne andavano verso la cima noncuranti dell’accaduto.

Ottenni da Agostino di non dover più avere a che fare con Chamoux perché altrimenti, e in tutta onestà, avrei potuto seriamente usare la piccozza! Ad ogni modo nel 2010 scopro, dalla pubblicazione del libro sulla brillante carriera di guida alpina di Giuseppe Petigax, che per quel soccorso Giuseppe fu nominato cavaliere al valore dal presidente della Reppubblica Oscar Luigi Scalfaro! La cosa mi ha lasciato sorpreso e un po’ interdetto, ma non per il riconoscimento a Giuseppe che chiaramente se lo è più che meritato, quanto per “quei due pesi e quelle due misure” che inquinano ogni attività umana e spesso, purtroppo, anche quelle alpinistiche…

Tre anni più tardi Chamoux si ritrovò, in un certo senso, ad una particolare “resa dei conti”. Il destino volle che lui e lo svizzero Loretan si ritrovassero al Kagchenzonga per il loro 14° ed ultimo ottomila: l’uno in competizione con l’altro per il gradino più basso del “podio himalayano”.

Tanti anni prima l’inarrivabile Reinhold Messner completò la sua straordinaria opera, qualche hanno dopo fu il turno del tenace polacco Kokuzca. Rimaneva libero il terzo gradino del podio. In quel periodo Loretan (che ho conosciuto – un piccolo uomo di statura ma di grande animo) era molto più in forma di Chamoux – che per altro aveva salito montagne come il K2 in tempi record – e si ritrovò ad inseguire lo svizzero che era decisamente più forte.

Nei giorni cruciali di salita in vetta, avvenne una vera e propria gara. Chamoux vedeva sempre più in alto e in lontananza la sagoma di Loretan salire sempre più rapidamente – Chamoux però non era in grado di mantenere il passo.

Il giorno precedente tra l’altro, lo sherpa che accompagnava i francesi precipitò e morì. L’operatore Pierre Royer ne rimase sconvolto e pregò Chamoux di desistere: questo però accecato dall’ambizione e, dal mio punto di vista da un certo egoismo, non volle desistere. Royer non volle lasciare solo il suo compagno e malvolentieri lo segui – non ce la fecero a raggiungere la cima, entrambi bivaccarono a più di 8000 metri senza tenda e sacco pelo e per loro fu la fine. Nel frattempo Loretan tornava vincitore dalla cima e per lui era il  3° gradino del podio.

Nei giorni successivi scattarono i soccorsi, Abele Blanc ed altri salirono con l’ossigeno per cercare Chamoux e Royer, trovarono solo radio e zaini, dei loro corpi nessuna traccia, probabilmente precipitarono sul versante indiano della montagna.

Namastè
Edmond

13 october 2013 english-button

Among the many books that I brought here at the base to spent the time during the long awaited shipment , I have also the latest book by Simone MoroEverest at the summit of a dream” In an early chapter he describes his first experience at 8000m and his rescue which I was the protagonist.

In the story are several inaccuracies, I think that the memories of Simone does’nt are so clear since he was the victim of a severe cerebral edema, or that people who told him about the events was not accurate, or maybe they wanted to give a politically correct version. In order to tell you about those events I necessarily said something bad about the dead, but, you know, death level but does not erase.

The scientific mountaineering expedition , was organized by Agostino Da Polenza ( now president of the Ev -K2- CNR), which involved 12 Italian alpine guides including myself, as well as two French mountaineers, mountain guide Benoit Chamoux and his cameraman Pierre Royer. Chamoux to the base camp during the presentations he addressed me with: “Guides de Courmayeur ! ? Bien pour gagner sa vie on devrais acheter a guide de Courmayeur pour ce qui worth, et le vendre pour ce qui s’éstime

The September 23 at Camp 3 (7,300 meters) there were 5 climbers. Oswald Santin, a mountain guide from Vipiteno who, despite the surname, is a sherpa , and his cameraman Chamoux and Simone, who in the morning accused a cerebral edema that was already at an advanced stage with severe balance problems and lack of clarity.
Giuseppe Petigax and I were instead to camp 2, and we set off into the night to reach the camp 3. We had no radio so we were unaware of what was going to camp 3. We were also in the process of acclimatization and we could well have to retrace our steps if one of them had any problem. Everything went right and after almost 1000 meters in altitude got to c3.

There we found a grotesque situation. Chamoux and Royer sitting in the sun in front of the tents that were waiting for our arrival, Simone with is edema was completely out of mind lying in a tent. Santin and Sherpa had instead been sent by Chamoux to the yellow bands to place some fixed ropes. Chamoux at the time had already climbed many timens eight thousand meters, and certainly with a similar experience could recognize a edema, as any mountaineer who frequent those odds.

Giuseppe and I drank a cup of tea and after stealing a piece of rope 25 meters in the nearby tent of the Americans, just 20 minutes after we began the descent. We pulled up the hood of the suit of Simon, who was laid on his back because he was quite unable to stand up.

Meanwhile Chamoux and Royer walked to the South Col to produce images for the sponsor of the expedition. Giuseppe put a tape to choke on the ankles of Simone in his hand. After 700 meters in altitude finally arrived at the base of the Lhotse exhausted after many hours of uphill and downhill with our many friend on their shoulders.

Here at last we were met by two Sherpas who supporting Simone accompanied him to the field 2. At the Field 2 there were medicines and oxygen and after a few hours of rest Simone was able to walk alone. Meanwhile, Marco Barasse (one of the most selfless and generous persons that I know) shortly we reached the base camp and gave us a little help to pick up Moro to the base.

Arrived at the base I had a lively discussion with Agostino Da Pollenza, as a mountain guide I was taught (in fact, there has been taught ) that the first objective is to bring home the customer unharmed and for this reason I told Augustine that I would have gone to home instantly if this was no way to go mountain climbing in the Himalayas, and that if the whole thing had happened to the south Col, Simone probably would have died, and they would all go to the top without caring. I obteined to skip away from me Chamoux otherwise I would have used the ax against him!

In 2010 I discovered the publication of the book on the brilliant career as a mountain guide of Giuseppe Petigax. For the Rescue the President of the Italy Oscar Luigi Scalfaro gave to Giuseppe a medal of value! It ‘s true that in life the same actions performed by different people have different outcomes, and that you are probably not even equal in front of God, for those who believe.

Sometimes good deeds (such as the bad ones ) that we makes come back , but not always. For Chamoux three years later came the showdown , fate decided that he and the Swiss Loretan found themselves at Kagchenzonga for their 14th and final eight thousand meters together, to get the lowest step of the podium.

Many years before the unreachable Reinhold Messner completed his extraordinary work, after a few years it was the turn of the tenacious Polish Kokuzca, remained free the third step of the podium. At that time Loretan (that I knew, a small man but with a great soul) was fittier than Chamoux – who otherwise had climbed mountains such as K2 in record time – and found himself chasing the Swiss who was definitely more strong.

In the crucial days of climbing to the summit took place a real race. Chamoux saw higher and higher and in the distance the silhouette of Loretan climb more quickly, the french team was not able to keep pace.

The day before, among other things, the Sherpa who accompanied the French fell and died, the operator Royer was shocked and prayed Chamoux to desist, but he, blinded by ambition and selfishness decided to continue. Royer did not want to just leave her partner and reluctantly followed him. They did’nt reach the top, both bivouacked at more than 8000 meters without a tent and sleeping bag and for them it was the end. Meanwhile Loretan returning winner from the top.

In the days after the rescue started, Abele Blanc and others climbed with oxygen to look for them, they found radio and backpacks, but no trace of Chamoux and Royer, probably fell on the Indian side of the mountain.

Namastè
Edmond

diario di viaggio, Foto

Una notte tempestosa

7 ottobre 2013 italy button

Notte tempestosa passata in bianco, raffiche a 80-90 km-h che hanno rotto e piegato la nostre bandiere.
Nelle tende avevamo la sensazione di essere portati via con la tenda stessa. Al buio abbiamo deciso di smontarle e metterle al riparo.

Sull’Everest il vento era sopra i cento km/h, questa situazione a complicato i nostri progetti, ora infatti c’è un certo pericolo di valanghe che dovremo valutare attentamente.

Quindi tutti ad aspettare che molli il vento per ripartire verso l’alto.

Namasté,
Edmond

1 October 2013 english-button

Stormy night sleepless, gusts to 80-90 kmh that have broken and bent our flags. In the tents we had the feeling of being carried away with the tent itself. In the dark, we decided to take them apart and put them away.

On the Everest the wind was over 100 kmh, this situation has complicated our projects, now in fact there is a certain danger of a valanches that have to be carefully evaluated.

So all waiting for the wind to soft start upward.

Namasté,
Edmond

diario di viaggio, Foto

Sulle tracce della volpe

3 ottobre 2013 italy button

Eravamo partiti di buon ora come al solito, per evitare di camminare troppe ore sotto al sole. Se da un lato con la luce si percepiscono meglio i pericoli, dall’altra diventa faticosissimo; il sole a queste quote ti disidrata e si disperdono molte più energie che a camminare al buio o comunque all’ombra. Eravamo tutti e due in forma nonostante lo zaino come al solito pesantissimo (16kg circa)abbiamo portato con noi sci, scarponi, cibo,ecc.

Ad un certo punto alla vista delle tracce della volpe, la bella giornata è diventata ansiosa e mano a mano che salivamo avevamo il terrore che il nostro campo 1 fosse andato.. Mi era già capitato nel 1998 al K2, campo 1 a 6.300m, devastato dai corvi che avevano fiutato il cibo nella tenda; tenda squarciata scatolette di tonno e carne aperte a colpi di becco, insomma tutto da buttare. Tre anni fa sul versante Tibetano dell’Everest, quando tentai la discesa dell’Hornbein Couloir, stessa cosa.. abside della tenda squarciato, ma, fortunatamente non avevano proseguito nell’opera e riuscimmo a salvare il contenuto del campo.

Le tracce della volpe continuavano a salire lungo il nostri itinerario, riuscendo a superare tratti di 50 gradi che noi superiamo abitualmente con le piccozze, arrivati alla tenda oramai convinti di trovarla distrutta e naturalmente piena di neve, invece ci accorgiamo di essere stati graziati; tutto intorno orme ma nessuno squarcio e all’improvviso il sorriso è tornato..  Faccio la guida da tanti anni e da sempre incontro orme delle volpi sui ghiacciai, non capisco che cosa ci vengano a fare, ma è l’unico animale (con i gracchie e corvi) di cui si incontrano sempre le orme del loro passaggio.

Nel pomeriggio come al solito ha nevicato, io non ho digerito il risotto e la mattina seguente, complice anche la rottura della cerniera del sacco a pelo di Fede siamo scesi nuovamente al base. Abbiamo deciso che cambieremo strategia, fino ad ora siamo stati noi ad aprire la strada e i coreani hanno usufruito del nostro lavoro. Ora per preservare un po’ le forze, lasceremo che siano loro a da aprire la strada verso i campi alti.

Namasté
Ed

3 october 2013 english-button

We started up early as usual, to avoid walking too many hours in the sun. While with the light you feel better about the dangers, but the climb becomes exhausting, the sun at this altitude dehydrates you and you disperse much more energy than walking in the dark or in the shade. We were both fit despite the backpack as usual very heavy (about 16kg) we brought up skis, boots, food, etc..

At one point we saw tracks of a fox, and the beautiful day became anxious as we had the terror that our Camp 1 had gone.. It had already happened to me in 1998 to K2, when Camp 1 at 6.300m was ravaged by crows who had smelled the food in the tent, tent ripped, and all the cans opened with beaks, in short all garbage. Three years ago on the Tibetan side of Everest, when I tried the descent dell’Hornbein Couloir, same thing: apse of the tent ripped and opened, but fortunately the crows had not continued the work and we managed to save the contents of the Camp.

The traces of the fox continued to rise along our route, managing to overcome stretches of 50 degrees that we usually overcome with ice axes, arrived at the tent we were convinced to find it destroyed and of course full of snow, however we realized that we were lucky; footsteps all around but no gashes and suddenly the smile was back.. I’ve been a guide since many years and I have always met footsteps of foxes on glaciers, do not understand what they come for, but it is the only animal (with crows) that you always meet.

In the afternoon, as usual, it snowed, I have not digested the risotto and the next morning, also because of the problem with the sleeping bag of Fede, we went back to the base. We decided that we will change strategy, until now we were to lead the way and the Koreans took advantage of our work. Now in order to preserve a bit of forces, we will let them open the way to the higher camps.

Namasté
Ed

diario di viaggio

Una giornata “no”

1 ottobre 2013 italy button

Ieri mattina, come di consueto, siamo partiti all’alba. Nella notte prima aveva dato una spruzzata di neve fresca ma nulla che ci preoccupi o che non faccia parte delle nostre consuetudini. Quando usciamo dalle tende al mattino il cielo è spesso terso, di un blu quasi brillante, che si staglia sul bianco intenso della neve così che i contorni tra cielo e terra sembrano disegnati dal tratto preciso di una penna a sfera.

In lontananza, in questo silenzio surreale che ci avvolge, si sentono le risate del team coreano provenire dalla tenda che ospita la loro cucina: non sono ancora pronti per mettersi in marcia. Ancora oggi i primi passi sull’Ice Fall saranno i nostri.

Anche questa volta gli zaini sono belli carichi, ma noi siamo in forma e le tracce che abbiamo lasciato le volte precedenti sono diventate dure e non sprofondiamo nel salire. Mentre proseguiamo sulle nostre tracce notiamo il modo di attrezzare dei coreani e ci poniamo una domanda: se l’andare in montagna è il cercarsi una qualche forma di indigenza, di purezza e di essenzialità, che cosa possono centrare tutte queste scale e corde e fittoni ovunque e finche ce n’è?

Al campo 1, rispetto alle volte prima, ci arriviamo in un baleno. La tenda è piena di neve, sia fuori sia dentro: il vento forte deve averla strapazzata e poi aperta. Il tempo di rimetterla in ordine e possiamo riposare. Quando viene la sera nevica ancora e noi il giorno dopo vorremmo partire di buona lena per raggiungere e piazzare il campo 2.

Alle prime luci dell’alba Ed però sta male e vomita, in più la zip del sacco a pelo d’alta quota di Fede si è rotta cosa che gli ha fatto patire il freddo tutta la notte. Realizziamo che non abbiamo fretta e che non è il caso di rischiare: avere freddo un’altra notte o vomitare di nuovo a 6.400 metri non avrebbe senso e forse ci metterebbe in pericolo. Facciamo mente locale e decidiamo di tirare il fiato e tornare al base.

Ora ci aspettano uno o due giorni di riposo. La saturazione di Ed è perfetta quindi si è trattato solo di indigestione, ora rimane solo che da aggiustare il sacco a pelo di Fede e poi, finalmente aspettare l’arrivo dei due nuovi Sherpa… Speriamo..

Non state in pensiero che non ce n’è bisogno.. e fate il tifo per noi,
Edmond e Fede

1 october 2013 english-button

Yesterday morning, as usual, we left at dawn. On the night before had given a splash of fresh snow but nothing neither new nor worrying. When we come out the tents in the morning the sky is often cloudless, of a blue almost brilliant, standing out against the bright white of the snow so that the boundaries between heaven and earth seem to be designed by the precise line of a ballpoint pen.

In the distance, in this surreal silence that surrounds us, you can hear the laughter of the Korean team coming from the tent that houses their kitchen: they are not yet ready to start their climbing. Even today the first steps on the Ice Fall will be ours.

Also this time the backpacks are heavy loads, but we’re in good shape and the tracks we left the previous times have become hard and we do not sink while we climb. As we continue on our trail we look at all the equipment of the Koreans and we ask ourselves a question: if the mountain is somehow a research for poverty, purity and simplicity, what’s the point of all these ladders and ropes everywhere, as long as your eyes can see?

Compared to times before we get to Camp 1 in a heartbeat. The tent is full of snow, both inside and outside: the strong wind must have moved it and then opened. The time to put it back in order and we can rest. When evening comes it is still snowing, but the next day we would like to leave early to reach and place camp 2 .

At dawn, however, Ed is sick and vomits, plus the zip of the sleeping bag of high altitude of Fede was broken and he so suffered the cold all night. We realize that it was better not to hurry, it is not the case of taking risks: having another cold night or throw up again to 6,400 meters would not make sense and perhaps it would put us in danger. We think about it and we decide to take a breath and return to base camp.

Now we wait a day or two to rest. The saturation of Ed is perfect so it was just indigestion, now it only remains to fix the sleeping bag of Fede and then we can wait for the arrival of two new Sherpa … Hopefully ..

Don’t be worried and think of us often,
Edmond and Fede